Il parto

Quella mattina era presto, erano le 5.30 e io ero già sotto la doccia a salutare la mia pancia con la consapevolezza che quando sarei rientrata a casa non ci sarebbe più stata, ma al suo posto ci saresti stato tu tra le mie braccia. Ho scattato una foto davanti allo specchio, quella che pensavo sarebbe stata l’ultima da donna incinta. Poi mi sono vestita, emozionata, trepidante, ma non impaurita. Sapevo che stavo andando in ospedale per indurre il parto, ma non avevo paura. Tra me e tuo padre, occhiate fugaci, eccitate “sta succedendo davvero”. Facciamo colazione amore che poi chissà quando potrò mangiare ancora, devo essere in forze! Ma i bar erano tutti chiusi, la città dormiva ancora, ma poi lo vediamo lì, aperto, qualche lavoratore assonnato che  prendeva il caffè in silenzio. Arriviamo in ospedale e ci accolgono come se dovessimo fare il check-in in albergo, generalità, cosa dovete fare, prego accomodatevi che facciamo il monitoraggio. Sorrido e mando foto un po’ a chiunque, “sto bene, dobbiamo ancora iniziare, vi teniamo aggiornati”. Poi la prima visita, un bel po’ di male e finalmente mi fanno accomodare nella stanza. Mi spoglio e mi introducono la fettuccia e mi attaccano di nuovo il monitoraggio. “Riposati che poi avrai bisogno di tutta la tua forza“, così ho fatto, in attesa delle contrazioni. Ma niente, per tutto il giorno non si è mosso nulla. La sera sono stata portata in reparto, ginecologia e ostetricia patologica, ovvio, mica poteva essere qualcosa di normale il mio parto, ci mancherebbe. Resto sola, mandano mio marito a casa con la promessa di chiamarlo se ci fosse stata qualche novità. La notte inizia a muoversi qualcosa, contrazioni ravvicinate, ma super leggere, riuscivo persino a dormire tra una e l’altra. La mattina dopo mi faccio di nuovo la doccia, perché “non si sa mai”, la mia pancia era ancora lì, Riccardo non aveva la minima intenzione di uscire. Mi portano di nuovo nella stanza, mio marito mi aspettava all’ingresso del pronto soccorso ostetrico con mia mamma che voleva vedermi anche solo un istante per assicurarsi che stessi bene e in effetti è così, del travaglio nemmeno l’ombra. Iniziamo così la seconda parte della procedura, l’inserimento del gel, qui la situazione cambia rapidamente, nel giro di poco iniziano le contrazioni forti, inizio a stare male, a non riuscire a stare più ne’ seduta, ne’ sdraiata, ne’ in piedi e così fino alle 17.30, poi mi visitano “Sei dilatata solo un centimetro mi dispiace”. A questo punto ho una crisi, inizio a piangere, piango le lacrime di 5 anni di sacrifici, di lotta, sono stanca, perché non può niente essere normale per me? Lo sconforto mi fa piangere forte, mi devasta, basta, perché va sempre tutto storto? Voglio solo far nascere mio figlio e il mio corpo non collabora! Poi arriva lei, la mia salvezza, la ginecologa che mi ha seguita nell’ultimo periodo della gravidanza, “Ora facciamo l’epidurale e ti diamo l’ossitocina, con quella ti dilati per forza e almeno smetti di soffrire e ti riposi, dai tieni duro che tra pochi minuti non soffri più”. Ma io continuavo a piangere, non mi importava del dolore fisico, le mie erano lacrime che arrivavano da più a fondo, da dentro e ho fatto commuovere anche l’ostetrica con le mie parole, niente stava andando come avrei voluto, eppure ero lì che dovevo farmi forza, dovevo raccogliere i pezzi e andare avanti, non potevo mollare proprio adesso. Finalmente con l’epidurale smetto di soffrire, iniziano a farmi mettere nelle pose più assurde per facilitare i movimenti di Riccardo che si stava incanalando, ma non nel modo corretto. Quante risate, quanti racconti ci siamo fatti. Le mie ostetriche dolcissime, mio marito che non mi ha mai lasciato un istante. In piena notte rompo le acque e  quando eravamo ormai tutti esausti, dopo la terza dose di epidurale e mezzi addormentati succede qualcosa, succede che inizio a sentire il bisogno di spingere. Finalmente ci siamo, sta per succedere quello che avevo visto fare nei film, solo che la protagonista stavolta sono io. Ovviamente non poteva andare tutto liscio nemmeno in quel momento, Riccardo continuava a incastrarsi sull’osso del mio bacino, quindi si inizia ad usare la ventosa per metterlo nella posizione giusta, poi, per non farci mancare proprio nulla, la mia ostetrica pronuncia la fatidica frase “Francy con la prossima spinta devo farti un taglietto”, “No Simo, il taglietto no dai, cazzo no!!!”, “Francy, dobbiamo farlo uscire…”, “E fai sto taglietto. E spingi, spingi ora che ci siamo, ed ecco la testa, la sento, so che con la prossima spinta uscirà anche il tuo corpicino. E così nella penombra, con l’ultima spinta sei venuto al mondo e hai pianto, così come abbiamo pianto noi. Con la mano di tuo padre che non ha mai lasciato la mia, sei entrato nella nostra vita. Tu che eri un sogno, un desiderio dentro al cuore, sei diventato realtà il 24 Febbraio 2019 alle 7.05. Sei stato subito preso dai neonatologi e controllato, poi finalmente ti hanno messo tra le mie braccia. Un minuscolo fagottino caldo, con il cappellino bianco e lì sono nata anche io, di nuovo, come mamma. Ma dopo pochi minuti di questo idillio ho iniziato a stare male, a tremare e ti ho lasciato nelle braccia di tuo padre. E poi aghi, maschera dell’ossigeno e mani, tante mani, così tante che chiedevo solo di non essere più toccata. Avevo perso tanto sangue, ero esausta, volevo solo riposare e stare con voi e invece di nuovo si poneva un ostacolo sul nostro cammino. E dopo un tempo che mi sembrava infinito, finalmente tutto si è calmato. “Signora non dovrei, ma siccome oggi è il compleanno di un collega, abbiamo portato le brioche, lei non mangia da ieri, ne vuole una? Oh sì, alla crema grazie”. Avevo una fame tremenda e non me ne ricordavo quasi più… poi finalmente sei tornato da me e la natura ha compiuto il suo miracolo. Ti sei attaccato al seno e hai iniziato a ciucciare. E così, attaccati uno all’altra, ci hanno portato in camera e ho protetto i tuoi occhietti sensibili alla luce coprendoti con il lenzuolo. Non ho potuto assistere al tuo primo bagnetto, non potevo alzarmi, ma eri col tuo papà, che ha pensato a tutto. Da quel momento è iniziata la nostra vita a tre, in quei 3 giorni in cui ti sei fatto attendere  la nostra famiglia si è consolidata, perché so che se avrò bisogno, troverò dietro le spalle tuo padre a tendermi la mano, a sorreggermi nelle cadute, a farmi ridere anche nei momenti meno opportuni per alleggerire il peso del dolore, morale o fisico che sia. Ho visto tutto l’amore di una vita nei suoi occhi e oggi ogni volta che vi guardo, il mio cuore esplode di gioia. Fate bene al cuore, al mio di sicuro ♥️

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